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Rugby a Rebibbia, l'articolo di Maria Palombella | Bisonti Rugby

"Rebibbia ospita i valori del Rugby Touch", di Maria Palombella

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Non sappiamo quanto Mandela, nel suo celebre speech a Monaco nel 2000 avesse in mente la sua personale, interminabile esperienza carceraria nel dire

“lo sport ha il potere di risvegliare la speranza dove prima c’era solo disperazione”.

 

Se la disperazione è l’assenza di prospettiva, l’incapacità di vedere il futuro, vederlo “oltre le sbarre” è più difficile. La formula della FIR “Rugby per tutti” promuove all’interno della realtà penitenziaria il rugby nelle sue varianti senza contatto, a cui peraltro maggiormente si prestano le strutture a disposizione.

Lo scorso sabato 26 gennaio, sotto l’ala materna del Presidente Germana de Angelis, sguardo luminoso, magnetismo naturale, i Bisonti di Rebibbia hanno ospitato L’US di Roma e i Toccati dell’Unione Rugby Capitolina per il primo evento al tocco all’interno di un carcere.

Tutti in campo sotto un frammento di cielo azzurro romano: l’emozione è intensa, positiva, refrattaria al grigiore delle mura di cinta e da tutti interiorizzata con eleganza e singolare understatement rugbista.

Le squadre, arbitrate sapientemente dal segretario generale della LITR Daniele Mazziotta , giocano grintose, toniche, esprimendo distintive caratteristiche: esperti e dal riconoscibile fair play gli US, sanguigni i Toccati dell’URC, vivaci e determinati i Bisonti azzurri.

Da bordo campo, lo spirito dei detenuti spicca per l’estrema consapevolezza di gioco quale proiezione della vita stessa: del divertimento, della sofferenza, dell’umana inclinazione allo sbaglio e del diritto a rimediare.

I giocatori di Rebibbia, sono per lo più ragazzi e si allenano da settembre: sono giovani, alcuni decisamente atletici, sono fieri nelle loro divise e vispi come grilli; non mollano lo sguardo del loro Presidente neanche da lontano a tradire un’empatia profonda, incomparabile. Quando si tratta di rientrare in campo si riorganizzano all’istante e a costo di finire a terra, avanzano tutti insieme ben educati a rialzarsi. .

Nell’intervallo tra una partita e l’altra i ragazzi delle squadre divise per l’occasione in Rebibbia 1 e 2, si mostrano interessati a comunicare: hanno voglia di scherzare, di commentare e di rendersi utili nell’annotare i risultati del punteggio; è chiaramente per tutti i presenti una scusa per entrare in contatto e ci si sbaglia a scrivere una decina di volte. Una sonora risata sancisce il fatto di essersi riconosciuti come autentici esseri umani. Per mezz’ora si ha la sensazione di essere altrove, magari in un vero campo con attrezzature di gioco e di allenamento adeguate e sarebbe auspicabile che tutte le società coinvolte nell’iniziativa fossero messe in condizioni di contribuire.

Il feedback è eccellente, per il numero dei detenuti presenti, circa una ventina, e per il coinvolgimento delle società che praticano rugby al tocco, anche nelle persone dei genitori: si tratta quest’ultimo di un dato assai rilevante ai fini sociali del touch rugby. Sono presenze niente affatto scontate, trattandosi di elementi che non sempre hanno praticato sport e di attività estranee al campionato. Tanto più che proprio loro potranno poi giocare un ruolo chiave nel coinvolgere le società nel percorso di reinserimento dei detenuti.

“Chi entra e si confronta con i detenuti in campo dimostra che il rugby va ben oltre il punteggio”, afferma il segretario generale della LITR.

Integrare nella propria vita i valori rugbisti è dunque lo scopo ultimo di chi gioca, sia esso genitore, figlio, detenuto o libero. Il terzo tempo, troppo breve come tutte le gioie che fanno galleggiare nell’aria, è all’insegna dell’amicizia; il richiamo del personale carcerario manda a casa gli ospiti che fanno da corridoio ai Bisonti in uscita dal cortile: uno sciame di dita attraversa il tunnel di mani avversarie. Qualche porzione di lasagna è ancora nel piatto. Poi il silenzio.

Un grazie speciale alla Direzione educativa e al personale di polizia penitenziaria.